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Di seguito, in allegato, troverete un testo già pubblicato dai “Quaderni di cultura timavese” (n. 6, anno 2002). Si tratta di un documento sulle sofferenze e vessazioni della popolazione di Cleulis durante la Grande Guerra, raccolte nel diario di Antonio Puntel Toniz intitolato “La mia prigionia”. L’introduzione al documento è di Oscar Puntel e Sara Maieron.

Un documento è un documento. Non si tocca, né si corregge. Tutt’al più si interseca con altre fonti, perché anch’esso è una fonte. E può raccontare. Le tante testimonianze storiche in mano ai ricercatori e a chi della materia si occupa hanno spesso traviato, non considerato, tacciato e cancellato le storie scritte dai piccoli. I racconti appassionati e sentiti delle persone semplici di piccoli paesi. Tracce poco auliche e poco culturali. Persone che a stento, ma solo perché la miseria dilagava, avevano istruzione e cultura. Ecco perché si è deciso di pubblicare il diario «La mia Prigionia», scritto da Antonio Puntel di Toniz. E’ un tassello che racconta un pezzo di storia nostra. L’autore narra in prima persona le vicende proprie e quelle dei suoi compaesani sullo sfondo di Cleulis, a pochi chilometri dal fronte di battaglia dell’ Alto But, reso caldo dalla impreparazione militare italiana, di contro alle notevoli fortificazioni e collegamenti logistici che gli austro-ungarici avevano approntato in un anno di conflitto. Non solo. E’ un racconto che emoziona. Trasmette l’angoscia di quei momenti. L’asettico libro di scuola riavvolge il nastro della storia e lo legge dando un’interpretazione spesso altrettanto asettica, poco vissuta. La storia è fatta dai piccoli ed è legittimo quanto corretto dar loro voce. Siano allora benvenute, tutte le testimonianze come queste. La storia ce le consegna in mano perché veri documenti. I diari non sono registri o anagrafi. Non sono solo date e nomi. Hanno una dimensione in più: partono dal vissuto. Da essi, sgorgano macchie di terrore e di tristezza. Perché autentici e fedeli nelle registrazioni di date, nomi, luoghi, eventi.

Cleulis dal 1915 al 1919

Allo scoppio del conflitto a difesa della valle del But venne chiamato il battaglione “Tolmezzo” dell’8° Reggimento Alpini, che nonostante difficoltà di ogni tipo (soprattutto di rifornimenti: ricordiamo a questo proposito l’impiego della popolazione con le “portatrici carniche”) riuscì a mantenere le posizioni (insieme ai battaglioni “Monte Arvenis” e “Val Tagliamento” poi trasferiti nel novembre del ’17 sul Grappa). Con lo scoppio delle ostilità belliche, la prima conseguenza per il territorio (Cleulis, ma anche Timau e Paluzza) fu la miseria, gravata da un importante fattore, cui molti storici sembrano non dare l’importanza che meriterebbe, ovvero la sospensione dell’emigrazione friulana all’estero. Essa – come ricorda anche Antonio Puntel nel suo diario – portò tutti gli uomini al rimpatrio. Cominciava, dunque, la miseria. A Cleulis, infatti, l’esigua economia girava tutta attorno all’emigrazione e al denaro che gli emigrati mandavano alle famiglie. Le donne che restavano in paese, oltre alla cura della famiglia, svolgevano attività pastorizia e agricola. Si capisce quindi che il rientro forzato degli emigrati all’estero causò una sorta di black-out economico. La popolazione disoccupata sollecitò i comuni per avere un lavoro e questi ultimi tentarono di correre ai ripari chiedendo aiuti finanziari allo Stato. Al dramma degli emigranti costretti a rientrare, si aggiunse quello dei profughi. Molti cleuliani allo scoppio delle ostilità si videro costretti ad abbandonare le abitazioni, che si erano venute a trovare proprio sotto il fuoco dei contendenti. Il primo esodo di massa delle popolazioni di Cleulis e di Timau verso altri paesi della Carnia ( per esempio: Casteons, Naunina, Paluzza, Rivo, Sutrio e Cercivento), iniziò il 24 maggio del 1915. I due paesi furono sgomberati. Tutte le persone furono costrette ad allontanarsi dalle loro case.

Dal 1904, funzionava in paese anche una latteria sociale, fra i cui fondatori ci fu pure Antonio Toniz. Anzi, la latteria nacque proprio in casa sua. Fra il 1912 e il 1926, il casaro fu Beniamino Puntel «Min». Dopo l’evacuazione, ordinata dalle autorità civili e militari, la latteria sospese l’attività ma il formaggio rimase chiuso nel “celâr”. Per curarlo e trasportarlo al sicuro ci fu bisogno di un foglio – lasciapassare rilasciato dal sindaco di Paluzza, Osvaldo Brunetti, e dalle autorità militari rappresentate dai Carabinieri Reali. Ne beneficiarono 6 persone, deputate a queste mansioni: Toniz, Riccardo Nodale di Sutrio, Emma Puntel, Paolina Micolino, Antonia e Orsola Puntel.

Rientrando in paese qualche mese più tardi, nell’ottobre del 1915, la gente di Cleulis ritroverà le proprie case saccheggiate e spogliate di tutto. Lo Stato – ricorda nella prima parte del testo l’autore – chiese ai cittadini di dichiarare l’entità dei danni arrecati a seguito dei furti, per concedere un risarcimento.

Il periodo dell’invasione si manifestò in modo cruento. Gli occupanti erano affamati e afflitti dalla miseria proprio come la popolazione locali.

Nel 1915, in pieno esodo, il paese non vide mai l’estate. I cleuliani non ebbero la possibilità di procedere con il tradizionale lavoro agricolo estivo. Teu dal forn diceva spesso che in quell’anno molte persone ritornavano a Cleulis, dai paesi più a valle, di notte. E proprio con le tenebre procedevano allo sfalcio dei prati, per non farsi vedere dai soldati, durante in giorno. Alcuni operai, in quegli anni, vennero impiegati per la costruzione di opere pubbliche o che servivano alla guerra. Soprattutto opere di impronta strategica (per quanto riguarda Cleulis un esempio sono: la costruzione della prima “strada nova” che collegava la strada principale proveniente da Paluzza a Cleulis Alto; la strada per Malga Pramosio, la strada di Aip, ma pure il controllo di teleferiche e il trasporto di materiali al fronte).  A Cleulis ne furono “assunti” quattro: Lorenzo Puntel (Rampon), Giacomo Maieron (da Pakaia), Giacomo Puntel (da Cepa) e Giacomo Puntel (fratello di Lidia da Placcis). Stando a testimonianze orali, pare che i bombardamenti su Cleulis abbiano lasciato in eredità due granate da 420 mm (ancora inesplose) sganciate “ju pa ruvîsj”, che avrebbero dovuto distruggere il paese e un ordigno nella Gleria di Aip. Due bambini (Giovanni Prodorutti di Giacomo e Margherita Puntel e Giuseppe Puntel di Giacomo e Giuseppina Puntel) furono dilaniati da ordigni bellici, che incautamente stavano maneggiando, sul ponte di Laipacco. La seconda profuganza colpì il paese subito dopo Caporetto, nel 1918. «In timp di vuera, tanta int a era lada fûr dal paîs. And’era doma miseria a Cleules. La Tinga (Caterina Muser), che a stava dongja di me, a mi contava spes di jessi lada in profugança a Procida, dongja Napoli» racconta Maria Puntel “Re” di Cleulis. Palma Bellina, classe 1910, affrontò da bambina l’esodo. Ricorda di essersi trasferita in quegli anni, insieme a tutta la famiglia, in Piemonte, ospite prima in un asilo, poi in una famiglia. Cleulis tornò a subire le perquisizioni di viveri e di tutto quello che poteva servire, da parte del Comando tedesco del fronte Sud-occidentale. Non si guardava in faccia nessuno. Furono predate di tutto sia le famiglie che rimasero a Cleulis, che le case abbandonate. Merita di essere menzionato un episodio tragico ma nel contempo grottesco, raccontato da Maria Puntel e accaduto in quell’anno ai suoi genitori: «Su pa streta dal Nach, ta Cort dal re, vevin la puarta da cjavina. Gno pari al veva platât il sac cu las cartufulas su adalt par che a no lu cjatassin i todescs, parcè che no vevin nua da mangjâ. Gno pari al è lât a tirâlas jù par platâlas in tun puest plui sigûr. Me mari a stava sot, cul zei, a spietâ il sac das cartufulas. In tun moment, tant che il sac al era pa l’aria, al è rivât todesc, al cjapât il sac e al è lât via cu dutas las cartufulas». La guerra portò a Cleulis miseria e malattia. Fra il 1915 e il 1919 morirono 143 persone. Fra di essi, 77 bambini sotto i 15 anni (circa il 54% dei decessi). Nel biennio 1918 – ‘19, l’epidemia “spagnola” uccise più di qualsiasi altra guerra. A Cleulis, colpì particolarmente la famiglia da Bidut (nel ’19 la madre Puntel Sabata di 43 anni, poi i figli Maria e Onorato Primus, di 13 e 19 anni, nel ‘18, la figlia Iolanda di 13 anni). Perdite ingenti, in un paese di circa 600 anime. Analizzando i registri parrocchiali, nel 1915 morirono 51 persone, di cui 36 bambini sotto i 15 anni. Maddalena Primus e Paolo Puntel (Bulcon) persero addirittura quattro figli in quello stesso anno (Fira, Onesta, Lino e Ida, rispettivamente di 2 anni, 2 mesi, 7 e 13 anni). Nel 1916, l’anagrafe riporta 21 decessi, 11 dei quali di bambini. Nel 1917, dei 18 defunti, ancora 8 sono quelli con meno di 15 anni. Stessa statistica per il 1918. Nel 1919, 14 ragazzi su 23 defunti totali. A questi si aggiungono poi 12 soldati morti in guerra in quel quadriennio. Terminato l’assedio e i saccheggi delle truppe straniere, Cleulis e la sua popolazione rimasero sul lastrico. La miseria dilagava tanto che, come racconta Maria Puntel “Re”, «D’atom, dopo dai tosescs, la int a non veva atas cartufulas da implantâ. A vevin puartât via dut. E alora la int a è lada pas cjaventatas e a à, cun tuna sgorbia (piccolo uncino a cucchiaio), tirât fur doma il vouli das poucjas cartufulas restadas. E in chel an (al era il 1919) a sji è plantât doma il vouli das cartufulas, parcè che a era miseriona. A diceva mê agna che in chel an, and’àn fatas tantes di chês cartufules, che a era una marivea! Doma cul vouli!».

Don Floreano Dorotea. Una figura chiave di quegli anni fu quella del curato Don Floreano Dorotea (poi Cavaliere di Vittorio Veneto). Don Floreano (Sutrio, 4 maggio 1867 – Ligosullo, 19 dicembre 1935) fu un prete che entrò nella leggenda. Divenne anche il medico del paese, l’insegnante e l’ufficiale di Posta. Ottenne dal re d’Italia la Croce d’argento della Corona d’Italia per aver salvato una compagnia di alpini che in ricognizione sulle “Avostanis”, nel 1903, aveva sconfinato in Austria. Fu al fianco dei combattenti. Spesso si recava in trincea e celebrava la santa messa fra i soldati. Ferdinando Primus racconta che la domenica del 26 marzo del 1916, un ufficiale di artiglieria si recò all’altare, dove don Floreano stava celebrando la messa, per riferirgli «di mandare tutta la gente di Cleulis e di Timau con il “zei” in spalla al deposito munizioni, onde portare proiettili alle nostre artiglierie di Monte Fâs, Monte Terzo e Lavareit, che avevano praticamente esaurito la scorta. (…) [Queste persone] salirono sulle montagne tra le tormenta di neve e i bombardamenti di sbarramento del nemico, per tutta la domenica e la notte successiva e per tutta la giornata di lunedì 27 marzo sempre sotto l’incitamento di don Floreano Dorotea». Pre’ Florio non fu uno dei 24 mila preti italiani chiamati alle armi, tuttavia diede un contributo importante nel sostenere moralmente e guidare le truppe nei momenti difficili. Sul finire dell’ottobre del 1917, don Floreano fu messo alla guida della parrocchia di Paluzza. Qui rimase fino all’aprile del 1919. Il suo arrivo, coincise con l’avanzata e l’occupazione dei territori da parte delle milizie austro-ungariche.

Leggi: La mia prigionia di Antonio Puntel Toniz

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Nel 1916, gli austroungarici irrompono le linee di difesa italiane. I documenti di quell’evento bellico parlano. Così come la polemica che ne seguì per la mancata assegnazione della Croce di guerra.

UN SECOLO FA LO SFONDAMENTO DEL TRINCERONE

di Sara Maieron Cech

È passato un secolo dallo sfondamento da parte dell’esercito austro-ungarico del baluardo di difesa chiamato ‘trincerone’. Un secolo fa i nostri uomini, le nostre donne e pure i bambini si mobilitarono per far sì che il nostro paese non venisse invaso dalle truppe nemiche. Ci sembra doveroso spendere due righe e non far passare sotto silenzio l’immenso sforzo e sacrificio delle nostre genti, che guidate dal sacerdote e cappellano militare don Floreano Dorotea, salirono gli irti sentieri per portare munizioni ai nostri soldati. Fu l’8° Reggimento Alpini ‘Tolmezzo’, richiamato in fretta e furia, a far sì che il disastro venisse contenuto e non succedesse l’irreparabile. È meritorio rivolgere un pensiero ai nostri avi e alle nostre truppe per l’eroismo che dimostrarono in quell’occasione. È giusto che anche i più giovani ricordino e sappiano questa storia, che è poi la nostra storia. Ricordiamo quei tristi momenti attraverso poche, significative parole, desunte da un articolo di giornale datato 1923: « […] Sul Pal Piccolo, la cima dove particolarmente rifulse il valore dell’alpino, il Battaglione ‘Tolmezzo’, che l’aveva a lungo difeso fu sostituito; ed i nuovi difensori ad un furibondo attacco sferrato dal nemico, si dimostrarono poco pronti e pratici da sostenerlo. Il grave momento avrebbe dovuto necessariamente essere superato: ed allora parve ottima cosa il richiamo in linea del ‘Tolmezzo’. Fu quella la notte del 26 marzo: a tutti gli alpigiani dei sottostanti villaggi fu noto che mai come allora v’era stato un pericolo grave: se per disavventura il fronte fosse stato rotto tutte le fatiche e gli sforzi superati, d’incanto sarebbero crollati e nella alta valle sarebbero discese le truppe nemiche ebbre ed entusiaste come chi raggiunge la meta che gli è costata immani fatiche. Fu la chiama a raccolta: in testa ai suoi parrocchiani, don Dorotea si avviò con tutte le donne e i fanciulli ad offrire i servigi di Cleulis e Timau alla Patria. Donne, fanciulli e vecchi, con le lagrime agli occhi, militi allora anch’essi della grande impresa, postesi le gerle in ispalla, scalarono le contrastate cime quante più volte poterono; e recarono, attraverso quell’inferno di lotte, munizioni ai soldati di prima linea. Salirono in lunghe colonne attraverso i molti sentieri, salirono questi alpigiani per tutta la notte, fra i cimiteri che appena allora sorgevano, ai comandi di prima linea in uno sforzo collettivo ammirabile. E la difficoltà fu superata: cadde nella tragica prova anche qualche donna e molte furono ferite. Sacrificarono anch’esse come i figli per l’Italia, onde essa domani, per le mani di suoi eletti figli, potrà ben dire a Cleulis e Timau le più sincere parole di ringraziamento […] ».

La polemica. Dopo i fatti e l’eroismo tanto elogiati nell’articolo superiore, a fine guerra, ci fu una furiosa polemica per l’assegnazione della Croce per meriti di Guerra. Fu una questione importante per le molte carte, lettere e articoli di giornale presenti in archivio sulla vicenda. Nel 1923 il Comune di Paluzza aveva fatto formale richiesta al Ministero della Guerra, Commissione Ricompense, per l’assegnazione dell’ambita onorificenza a Paluzza e in particolar modo alle due frazioni di Cleulis e Timau. La richiesta sembrò avere buon esito soprattutto per le rassicurazioni del segretario di zona del P.N.F. che dava per certa l’assegnazione. In realtà il 18 luglio di quell’anno il Ministro della guerra Diaz comunicherà direttamente al Sindaco di Paluzza, Lino Mussinano, l’assegnazione della Croce a Tolmezzo quale capoluogo di Mandamento, ma sottolineando l’aggiunta «con speciale riguardo all’eroico contegno ed ai sacrifici della popolazione del Comune di Paluzza, in special modo delle sue frazioni di Cleulis e Timau durante tutta la guerra». La delusione provocata da questa notizia sarà enorme, l’amministrazione comunale si schiererà compatta col sentire della popolazione, rinunciando anche a partecipare alla cerimonia della consegna a Tolmezzo, organizzata per il 23 settembre 1923 al Passo della Morte. Le popolazioni delle due frazioni scrissero anche a Sua Maestà il Re per poter ottenere il cambiamento delle «vigenti disposizioni che vietano di concedere l’ambita onorificenza a paesi inferiori al Capoluogo di Mandamento». In questa stessa missiva sottolineeranno come sia stato grazie anche agli sforzi della popolazione che il 2 marzo sia stato possibile riconquistare il Pal Piccolo, spiegando e sottolineando la sofferenza da loro patita, pure costretti ad evacuare le loro case allo scoppio delle ostilità. L’evacuazione del nostro paese era stata già decisa nel maggio del 1915, ma era stata uno sgombero forzato: «benché la guerra infuriasse a meno di 3 Km in linea d’aria dall’abitato, questa gente non volle muoversi dalle proprie case. La sera del 2 giugno 1915 furono i Carabinieri e il Sindaco di Paluzza a recarsi di casa in casa per convincere e poi obbligarla a sgomberare sotto l’imminente pericolo […] Non ottenendo permessi per rientrare alle loro case, si recavano di sotterfugio lassù per coltivare i campi e salvare il bestiame, sotto il pericolo del cannone e del fucile nemico». Ebbene ci fu chi, proprio per la riluttanza dei paesani a lasciare le loro case li chiamò «spie ed austriacanti». Tra questi ci fu un avvocato di Tolmezzo, che con le sue parole provocò addirittura un’inserzione di sfida pubblica intentata dalla Comunità di Paluzza contro di lui, detta sfida fatta a colpi di articoli fu pubblicata sia sulla Patria del Friuli che sul Gazzettino. A questo proposito inseriamo in allegato una lettera, scritta dai nostri compaesani e pubblicata sul “Giornale di Udine” nel 1923, sulla delusione per la mancata assegnazione della Croce, è sottoscritta da ben 53 cleuliani e dal parroco don Celso Morassi.

Leggi: La domanda di Cleulis

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«Scemi di guerra» così venivano chiamati coloro che subivano un trauma da combattimento. La maggior parte vennero considerati dei simulatori e rimandati al fronte. L’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha mai quantificato il numero di questi soldati, esistono solamente supposizioni. All’epoca della Grande Guerra il numero fu talmente alto che fu necessario creare dei padiglioni speciali nei manicomi per accoglierli. Ma gli ufficiali li reclamavano quasi subito; avevano bisogno di soldati in prima linea. Molti, alla fine del conflitto, rimasero nei manicomi perché le famiglie non li rivollero a casa; di altri non si seppe più nulla dopo il 4 novembre; quelli che tornarono a casa ebbero un’esistenza tribolata e sconvolsero la vita dei loro cari, vittime dell’ “inutile strage”. Qui la storia di un Cleuliano. Maieron Osvaldo Antonio detto “Cecut”, classe 1882, 8° reggimento alpini, battaglione Tolmezzo, matricola 19546.  

«DOLOROSA CI FU LA PARTENZA. E IL RITORNO PER TUTTI NON FU*»

di Sara Maieron Cech

 « […] intende far sapere allo Stato le condizioni circa la mancata pensione di suo marito, infermo di mente per causa di guerra. Essendo già nota la causa vorrei aggiungere per mio conto questo: fate tutto ciò che sta in Vostra possibilità affinché chi fece il sacrificio abbia la giusta ricompensa». [Lettera di Lucia Puntel all’Amministrazione Comunale, anno 1959, Archivio Comunale di Paluzza]

La missiva indirizzata al Comune per il tramite di un procuratore porta la data del 22 gennaio 1959 ed era solamente l’ultima di una serie di lettere (a partire dagli anni Venti) che Lucia spedì a destra e a manca per ottenere quella pensione di guerra che Osvaldo mai vide e anzi dichiarò in pubblico di non volere, tant’è che – accompagnato alla visita medica – non si riuscì a convincerlo a entrare nello studio perchè: «Chei che ai son entrâts no ju ai jodûts jessi» (infatti uscivano da un’altra porta). La moglie in quelle lettere – che per pudore non riportiamo – supplica, prega, esorta lo Stato ad intervenire, descrivendo nei minimi dettagli la miseria della famiglia e riportando la descrizione di quelle che definisce “stranezze” dell’uomo tornato da una guerra che ha lasciato segni incancellabili in lui. Alla fine, ottenne un’ordinanza di ricovero coatto e Osvaldo, uscendo di casa, certo non poteva immaginare che non avrebbe più rivisto il paese, né da vivo né da morto.

In una fredda mattina dell’inverno 1959, due uomini giunsero alle porte dell’Istituto ubicato nella periferia di Udine e percorsero il lungo viale di ghiaia bianca che conduceva all’edificio centrale in cui erano allocati gli uffici della Direzione e la portineria. La struttura – che copriva una superficie di circa 50 ettari – era suddivisa in tre ampie zone contornate da muretti di cinta. Durante la stagione estiva il luogo doveva apparire bello, colmo di un verde lussureggiante, ora invece in quel freddo 26 dicembre, esso appariva brullo e triste, neppure l’atmosfera natalizia sembrava scalfire quel aura funerea che sembrava circondare tutto il complesso. Nonostante la brutta reputazione, il posto non era munito di vere e proprie recinzioni, tranne che per l’ultimo padiglione a sinistra dedicato ai pazienti definiti “irrequieti e pericolosi” che era racchiuso da un muro alto tre metri. I due uomini erano entrambe asciutti, scuri di capelli, ma dal passo e dal modo di muoversi si capiva che erano di indole alquanto differente; il più giovane – di circa una quarantina d’anni – era pacato, calmo; il più anziano – d’una settantina d’anni – era irrequieto. Entrarono nel largo ingresso. Alla portineria furono identificati e il più giovane consegnò all’infermiera l’ordinanza sindacale. Un’ora dopo, il portone principale si rinchiuse alle spalle del più anziano, mentre il più giovane tornava a casa. Erano partiti in due quel giorno, ne tornava uno solo. Osvaldo rimase là e la sua mente, lucida in quella triste mattina, tornò indietro all’estate del 1919. Erano passati quarant’anni. Un altro manicomio, un’altra regione, un’altra epoca. Solo che allora stava uscendo e ad accompagnarlo non c’era il nipote, ma il fratello Pietro, oramai morto da ben sette anni. Dio mio! In un soffio erano passati decenni. Maledetta guerra, era lei l’origine delle sue disgrazie! Se ne accorse anche il medico di Udine che sull’intestazione della sua cartella clinica appuntò: «Dopo la guerra non è mai stato bene».

Nato nel 1882, coetaneo di Enrico Toti, uno dei tanti simboli di eroismo della retorica patriottica del primo dopoguerra, Osvaldo poco ebbe da spartire con lui, in quel Cleulis che allora contava poco più di 500 abitanti. Primogenito di otto fratelli (tre maschi: Osvaldo, Pietro e Simone e cinque femmine: Maddalena, Maria, Giovanna, Lucia e Anna Maria), figlio di Osvaldo “Cech” e Giovanna “Jan”, quando il 24 maggio del ’15 comparve il manifesto di mobilitazione aveva compiuto 33 anni, era sposato da otto con un figlio di un anno, Lino “Pachiti”, faceva il boscaiolo e mai si sarebbe aspettato, lui, appartenente alla terza categoria, di dover partire per una guerra che in un Friuli, che sopravviveva alla miseria grazie ai suoi 80mila emigranti stagionali negli Imperi Centrali, nessuno voleva. E, mentre il fratello Pietro (classe 1891) nel novembre del 1915 era già sul fronte, inquadrato nella fanteria e assegnato ai reparti Motoristi del 5° Reggimento Genio Minatori, egli fu richiamato tardi: «Chiamato alle armi e giunto in territorio di guerra nell’8° Reggimento Alpini Battaglione Tolmezzo, lì 16 luglio 1916». Così intanto che – sul piano logistico – continuava con fervore l’attività dei suoi compaesani (giovani, ragazzi e donne) al fianco del Genio, per la realizzazione  di opere militari, soprattutto nelle zone di monte Terzo e Val Castellana, per la costruzione di trinceramenti, palorci e teleferiche (14 nella valle del Bût), reti viarie, baraccamenti (nella Zona Carnia nell’inverno 1915-’16 le baracche furono oltre un migliaio!), Cecut prendeva la via del fronte. Quando Svualt giunse “in territorio di guerra”, sia il battaglione “Val Tagliamento” che il “Monte Arvenis” avevano lasciato le postazioni carniche, quest’ultimo dopo l’ormai tristemente nota esecuzione di quattro dei suoi alpini appartenenti ai due plotoni che avevano rifiutato di attaccare le postazioni nemiche per la conquista della seconda cima del Cellon. Il “Tolmezzo” rimase a presidiare l’area fino alla rotta. La sorte avversa fece sì che proprio il 24 ottobre, giorno del suo trentacinquesimo compleanno l’impero austro-ungarico decidesse quel attacco che spezzò il fronte sulla linea Tolmino-Caporetto. E cominciò la grande profuganza! La statistica ufficiale del Regio Commissariato dell’Emigrazione sui profughi di guerra datato 1918 indica 1256 profughi su 3276 abitanti censiti nel 1911 nel Comune di Paluzza.

«Rossigni bagliori e fumo si alzavano da Timau; lungo il costone di monte Terzo (tutto una catena di cannoni), si vedevano vampate d’incendi, polveriere bruciate, si udivano scoppi di cannoni fatti saltare […] e in quel bagliore si vedevano le ombre di uomini curvi sotto la sferza del vento, fuggire come tanti dannati in una notte di tregenda! E da per tutto soldati persi nella notte che cercavano il reggimento, la compagnia, la batteria, il reparto…» [“L’abbandono del Freikofel e la ritirata dopo Caporetto”, articolo pubblicato sulla Patria del Friuli, nell’ottobre 1927].

Che destino! Da una trincea all’altra, intruppato a marciare in fretta e furia verso la Mauria nel tentativo di raggiungere il Cadore… e fato volle che riuscisse ad essere in quel «gruppo di cinquanta alpini [del Tolmezzo, che] riuscì ad aprirsi il varco e a raggiungere Longarone», per essere poi inquadrato e mandato sul Grappa, ove dopo un combattimento venne trasferito «affetto da demenza e mutismo» prima all’ospedale psichiatrico di Ravenna e successivamente in quel di Imola. E fu solo grazie al ritorno della favella e alla garanzia offerta dal fratello Pietro, che Osvaldo – nel maggio del 1919 –  poté tornare definitivamente a casa: «Con atto di responsabilità del fratello Pietro abitante in Paluzza, ho oggi dimesso in via di esperimento da questo Ospedale Maieron Osvaldo, di anni 36, del Comune di Paluzza (Udine)». E tornò dunque, dopo più di un anno, Cecut a Cleulis; in quel paese dove ancora, quanti lo hanno conosciuto, raccontano di come nei suoi accessi di rabbia «sfasciasse lo spolert di mattoni per poi rifarlo ogni volta daccapo», di come «lasciasse il posto di lavoro nel bosco dicendo di sentirsi preso in giro da quegli uccelli che cinguettando facevano “cech-cech”», degli unguenti da lui fatti in casa e usati (sigh!) per curare la moglie vittima di quei momenti di follia, di come durante una Messa avesse rinfacciato a gran voce a don Celso di aver fatto la guerra «tu sergjente di fureria e jo tas batituras». Si favoleggiò addirittura di una sua presunta appartenenza al gruppo degli Arditi, ma senza alcun riscontro reale nella documentazione. E tra un accesso e l’altro si giunse all’epilogo. Ufficio di Stato Civile – Comune di Udine: «In adempimento alla disposizione stabilita […] comunico alla S.V. Ill.ma, ai fini anagrafici che in data 16 aprile 1960 è morto in Udine il sig. Maieron Osvaldo». Così alle ore 16.40 di Sabato Santo muore Cecut, verrà sepolto il 19 aprile nel cimitero urbano di San Vito di Udine, al campo comune “H”, fila 8^, n. 4; successivamente i suoi resti saranno traslati nell’ossario comune ivi presente. Lucia Puntel “la Mozita” lo seguirà otto anni dopo.

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 Centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Alcuni dei nostri caduti e decorati. Per un ricordo. Senza dimenticare che tutti i Cleuliani diedero, in quei tristi momenti, il loro contributo allo sforzo bellico.

DAL SACRIFICIO ALLA GLORIA*

di Sara Maieron

La cerimonia è stata sobria, breve, carica di dolore. Come tutte le funzioni in tempo di guerra in una giornata di luglio che già si preannuncia afosa. La piccola chiesetta di San Giacomo in Centa a Paluzza ha raccolto gli sfollati Cleuliani che, oramai da un mese lontani dal proprio paese, sono avviliti e smarriti. Dicerie si susseguono sui saccheggi avvenuti nelle loro case prodotti dalle truppe e da sciacalli compaesani. Il rito, a molti di loro, ha ricordato l’ultimo celebrato nella loro chiesa; il funerale della giovane Antonia Pantian, morta di parto all’età di trentun anni. La figlioletta Anna Maria è qui con il padre e i tre fratelli, morirà in agosto a Casteons, inconsapevole della sua condizione di sfollata. Il mondo si è trasferito giù a Paluzza. Degli oltre 700 Cleuliani iscritti all’anagrafe, nessuno è potuto rimanere in paese.

Dalla metà del mese di maggio le Muse ospitano una batteria da 149/23 proveniente dal Monte Festa. Si tratta di cannoni pesanti o “da fortezza”, con una gittata di 9 chilometri, prodotti dall’Ansaldo e già utilizzati nella guerra italo-turca (detta anche di Libia – 1911/’12). Niente a che fare dunque con gli obici presenti sul Monte Terzo da 75/13. A partire dal 25 maggio 1915 il paese di Cleulis è stato completamente sgomberato e la popolazione è scesa a Paluzza, ove rimarrà fino in ottobre. I richiamati cleuliani al fronte solo nel primo anno di guerra sono 92, 56 nel mese di maggio; 12 di questi saranno dichiarati disertori, la maggior parte si trova all’estero, anche se alcuni di loro, richiamati tramite consolato, rientreranno e, alcuni moriranno come Giovanni Micolino Neloç (dalla Romania) o rimarrano gravemente invalidi come Osvaldo Micolino Cresure (dalla Galizia).

Alla fine della guerra i caduti cleuliani in divisa, dispersi o morti di stenti in prigionia saranno quindici: Osvaldo Augusto Puntel Shati (classe 1881 – Pal Piccolo), Emidio Puntel Shati (classe 1884), Giovanni Addone Puntel (classe 1886 – Isonzo), Emidio Puntel Jan (classe 1888 – Tolmino), Giovanni Micolino Neloç (classe 1889 – Carso), Guglielmo Puntel Zenoni (classe 1890 – Vertoiba), Agostino Micolino Nivel (classe 1891 – Piave), Raimondo Puntel Rampon (classe 1891 – Pal Grande), Giobatta Puntel Zenoni (classe 1892 – Monte San Michele), Attilio Maieron Coico (classe 1891 – Mauthausen, prigioniero di guerra), Osvaldo Puntel Bulcon (1893 – Pal Piccolo), Egidio Puntel Aip (classe 1895 – Ortigara), Dionisio Puntel Griff (classe 1895 – Vipacco), Felice Primus Ars (classe 1896) e Primo Puntel Rampon (1899 – Monte Asolone). Mentre i civili caduti al fronte sono: Giacomo Maieron Capelan detto Chiacul (classe 1862 – 1916 Monte Terzo, le cui spoglie sono al Tempio Ossario di Udine), Lorenzo Puntel Rampon detto Linceto (classe 1854 – 1916 Faas) e Giacomo Puntel Aip (classe 1902 – Pal Piccolo Collalto 1917).

Tre i decorati cleuliani, tutti con medaglia di bronzo al merito di guerra: Osvaldo Augusto Puntel Shati (1881), Osvaldo Puntel Bulcon (1891) ed Egidio Primus Pantian (1894).

Osvaldo Augusto Puntel Shati (8.8.1881 – 15.6.1915) 8° Rg. Alpini Bt. “Tolmezzo”

L’anno millenovecentoquindici alli quindici del mese di giugno sul Monte Pal Piccolo mancava ai vivi […] in età d’anni trentaquattro il Cap. Maggiore Puntel Osvaldo al n. 20826 di matricola, classe 1881 della 212^ Compagnia, nativo di Paluzza provincia di Udine, figlio di Osvaldo e Chiapolino Maria, ammogliato con Primus Santina [Maria Antonia], ucciso, sepolto al cimitero del Monte Pal Piccolo come risulta dai registri.

Osvaldo è uno dei 75 caduti italiani nella riconquista del Pal Piccolo e il suo battaglione, il Tolmezzo, insieme al Val Tagliamento, Val Maraita e Val Maira, verrà decorato di quella d’argento. La sua morte ha certamente fatto un’impressione enorme. È il primo caduto del nostro paese. A Cleulis la stagione agricola è ormai perduta. La miseria incombe e a nessuno certo importa che in quegli stessi giorni, vicino Caporetto, il 3° alpini abbia conquistato il Monte Nero. Dicerie di paese sostengono che il Caporal Maggiore Osvaldo, tiratore scelto, è stato colpito lui stesso da un cecchino (nome sarcastico derivato da Cecco Beppe), appena sporta la testa da un masso. La Primus è ora vedova con quattro figli, di cui l’ultima Maria Maddalena non ha compiuto nemmeno un anno, e certo non basterà a consolarla la comunicazione ufficiale, nel mese di dicembre, dell’assegnazione al marito dell’onorificenza.

Motivazione dell’assegnazione – Si distinse per ardire e condotta esemplare. Muovendo all’assalto di una posizione avversaria, rimaneva ucciso da colpo d’arma da fuoco. Monte Pal Piccolo, 15 giugno 1915. 

 Osvaldo Puntel Bulcon o Nelon (24.10.1893 – 27.3.1916) 8° Rg. Alpini Bt. “Tolmezzo”

Osvaldo è l’ultimo di cinque fratelli (due morti in tenera età). Il padre Giobatta, già da tempo è deceduto in Galizia (Ungheria), ove è emigrato con venti operai. Il fratello Daniele, di due anni più vecchio, è salpato da Genova in una tiepida giornata primaverile alla volta del Brasile. È il “renitente alla leva” o “disertore” della famiglia. I due non si incontreranno più in questo mondo.

Il 26 e 27 marzo 1916 i crucchi attaccano le linee di Pal Piccolo e Pal Grande e Osvaldo combatte come mai ha fatto, il suo sforzo è tutt’uno con quello dei commilitoni, dei compaesani, delle donne e dei bambini che sono saliti fin quassù, in mezzo alla neve, per portare munizioni e vettovaglie e far sì che il fronte tenga. Osvaldo perisce nell’assalto del 27 marzo 1916. Non aveva ancora 23 anni. Al caporale degli alpini, Osvaldo fu Giobatta Puntel, nel marzo del 1927 verrà, con deliberazione podestarile n. 133, intitolato l’edificio scolastico di Cleulis, inaugurato nel 1922.

Motivazione dell’assegnazione – Nonostante le difficoltà del terreno e il fuoco nemico, si slanciava arditamente all’assalto di una posizione avversaria, cadendo mortalmente ferito nell’atto di raggiungerla. Pal Piccolo, 26/27 marzo 1916. 

Egidio Primus Pantian (23.10.1894 – 8.9.1967) 33° Rg. artiglieria da campagna

L’unico decorato che riuscì a tornare a casa e a costruirsi una vita sposando nel 1920 Catin da Fila, fu Gjilio di Aip, figlio di Giovanni Giacomo e da Micalessa. Egli combatté nella zona Cadore per poi essere spostato sul Piave nel novembre del 1917, in uno dei luoghi più sanguinosi del conflitto, il Monte Grappa. Infatti, il monte Asolone, citato nella motivazione alla medaglia, non è altro che una dorsale a occidente di Cima Grappa. Egidio fu dunque uno dei partecipanti a quella che verrà definita la “battaglia d’arresto”. Un esercito che un mese prima, a Caporetto, si era sbandato, sulla linea Asiago – Piave si trasforma, tanto da far affermare al generale austro-ungarico Von Hotzendorf, già Capo di Stato Maggiore: «Abbiamo trovato contro di noi degli uomini di ferro».

Motivazione dell’assegnazione – Chiedeva ed otteneva di recarsi col proprio comandante di batteria sulla prima linea della fanteria, per ricuperare le salme di un ufficiale e di un soldato caduti in combattimento ed, attraversata risolutamente di pieno giorno una zona scoperta e fortemente battuta dall’artiglieria e fucileria nemica, dopo lungo lavoro di sgombro, rinvenute le salme stesse, le traeva al sicuro, trasportandole a spalla. Monte Asolone, 11 settembre 1918. 

Giobatta Puntel Zenoni (22.11.1892 – 25.7.1915)  30° Rg. di Fanteria Brigata “Pisa”

Di lui aveva già scritto don Carlo Primus, pubblicando su un passato bollettino la sua ultima lettera spedita dal fronte nella giornata stessa in cui morì.

Ha raccolto quel lapis da terra, dopo averlo calpestato con gli scarponi; Giobatta ha rifiutato quelli regolamentari mod. 1912/16 dal gambaletto troppo basso, e si è portato i suoi da casa e per questo il Regio Esercito lo ha risarcito. Osserva la matita, è un mozzicone, sicuramente appartenuto a qualche austro-ungarico perché è una Koh-I-Noor L&C Hardtmuth di fabbricazione ceca.  Non è lontano da casa ma è come se fosse in un altro mondo. Il fumo della battaglia si è diradato e c’è del tempo libero. Hanno portato del caffè. A casa non lo beveva mai. Ha un buon sapore, ristora. Ormai la bevanda è entrata a far parte della sua alimentazione e di quella di migliaia di altri fanti. Ora è solo. Mai avrebbe pensato di sentire così forte l’impulso di scrivere. Mai avrebbe pensato di attendere con ansia un pezzo di carta scritto da casa. Che faranno i genitori e i fratelli? I minuti, le ore, i giorni trascorrono eterni nella trincea. L’unica cosa che davvero sembra funzionare è il servizio postale, la posta – smistata a Bologna – arriva puntuale ogni sera, vi è un portalettere «ogni reggimento e reparto». Giobatta nella tasca a toppa della giubba di panno grigioverde (prodotta per la gran parte nella fabbrica Rossi di Schio) cerca di conservare sempre intonsi dei pezzi di carta che, seppur ruvidi e ingialliti, preferisce alle cartoline illustrate, il cui spazio è troppo ristretto per le emozioni da esprimere. Scrivere è l’unico modo per far sapere a se stesso e agli altri che è ancora vivo, che quell’immane e insensato evento che gli è caduto addosso non lo ha ancora travolto. Sente che fa parte di qualcosa di epocale, ne intende inconsapevolmente la portata storica ma non ne capisce le ragioni e si rifugia nel suo piccolo mondo, fatto sì di miseria, ma anche di famiglia e affetti. E di quel mondo aspetta spasmodicamente notizie. E nei rari momenti in cui i cannoni tacciono su quel paesaggio lunare attorno al Monte San Michele, avvolto nella sua mantellina, con scatolette di carne in conserva, ripensa a quella piccola aula ove ha imparato a fare aste, si è sporcato con l’inchiostro, ha preso le bacchettate di don Giorgessi che doveva pur tenere a bada quelle tre classi di scalmanati!

Scariche di mitragliatrice partono di quando in quando dalle opposte trincee. Alle Schwarzlose austriache rispondono le nostre Fiat Revelli mod.14 che hanno sostituito le Maxim inglesi; eppure, pur prodotte a Brescia sin dal 1910, lo squilibro di equipaggiamento risulta incolmabile: si vocifera che loro ne abbiano due ogni mille soldati, noi due ogni seimila… Momenti di calma di susseguono verso sera e Giobatta da qualche giorno sente un nodo in gola. Non morirà di tubercolosi come moltissimi suoi compagni, lo sente. Adamo di Rivo è morto. Ora si sente solo, in mezzo a uomini sconosciuti, che parlano dialetti così diverso dal suo. È inquadrato nella brigata Pisa, sede a Nocera Inferiore, matricola 67962, classe 1892. Comincia «Carissimi genitori, oggi vengo con la mia presente lettera facendovi sapere il mio stato di buona salute» e un presagio nelle viscere lo fa sobbalzare. Oggi è il 24 luglio 1915, incombe la II^ battaglia dell’Isonzo, ma tutto quel che è dato di conoscere a Giobatta è l’ordine di passare l’Isonzo, 124 chilometri di acqua, costerà 31mila morti nella fanteria. Una carneficina. Centinaia di giovani si scannano alla baionetta. E un pensiero va a quei morti che gli hanno detto aver visto con la bava alla bocca e le mostrine divenute verdi, come pure le canne del fucile. L’iprite. Quel gas messo al bando a Ginevra nel 1907, che qui – senza remore – si userà. Mio Dio, come finirà? Il giovane conclude alla svelta la missiva «tanti baci a tutti i fratellini e le sorelle cioè un mondo di saluti a tutti in famiglia e a tutti quelli che domanderanno di me. Addio. Mandi. Coraggio. Speriamo di vedersi ancora se Dio vorrà». Giobatta, il viso da ragazzo incorniciato dai baffetti sottili, cade poche ore dopo aver consegnato la lettera. Il suo ultimo pensiero va al cugino Guglielmo, lui che almeno ce l’ha fatta a sposarsi, ad avere figli, dove sarà ora?

E un anno dopo un lapis simile in mano a un altro fante su quella stessa collina chiamata impropriamente monte, servirà a scarabocchiate quelle espressioni capaci di rendere l’immagine della tragedia: «Come questa pietra [del San Michele] è il mio pianto che non si vede. La morte si sconta vivendo». Quel soldato semplice, nato ad Alessandria d’Egitto, partito volontario per la guerra, dichiarato “inadatto al comando”, classe 1888, cui i commilitoni, per rispetto, portano lo zaino, è Giuseppe Ungaretti.

Raimondo Puntel Rampon (13.9.1891 – 30.4.1916)  8° Rg. Alpini Bt. “Tolmezzo”

Figlio di Linceto e da Zalina, quinto di nove fratelli (di cui l’ultimo, ironicamente chiamato Primo), nato nel 1891, Raimondo – che si è già fatto la campagna di guerra italo-turca in Cirenaica – è richiamato assieme ad altri dieci coscritti (ventuno i nati maschi a Cleulis di quell’anno). Quattro di loro, compreso lui, non torneranno. La famiglia è falcidiata dalla guerra. Mondo muore nell’aprile del 1916 sul Pal Grande «colpito all’addome» con accanto il suo moschetto, il famoso 91T a sei colpi, quattro chili di peso per un metro e mezzo di lunghezza. I suoi dodici colpi al minuto non son serviti, così come non è servito che le cartucce siano di piccolo calibro, di modo che pesino di meno e la giberna in cuoio mod. 1907 possa contenerne di più. Alla fine dello stesso anno, muore pure il padre Lorenzo. Un compaesano racconterà di come, Linceto, colpito sul Monte Faas, «comprimendosi il ventre, disse: “la ai jo”»; ultime parole prima di spirare nell’ospedale da campo di Timau. Non va meglio all’ultimogenito Primo, ragazzo del ’99 inquadrato prima nella famigerata Bg. Roma che durante la rotta di Caporetto venne impietosamente definita la brigata “scappa”, e successivamente nel 91° Rg. Bg. Basilicata. Risulterà disperso nel dicembre del 1917 sul Monte Asolone. Nel 1922, non avendone più notizie, è la madre stessa, Maria Luigia, a recarsi in Comune per chiederne la dichiarazione di morte.

Guglielmo Puntel Zenoni (25.6.1890 – 12.10.1916)  8° Rg. Alpini Bt. “Tolmezzo” – 116° Rg. di Fanteria Brigata “Treviso”

«In Africa sono stato il primo del paese ad andarci, l’abbiamo fatta in tre quella maledetta e inutile campagna. Non ho partecipato al bombardamento di Tripoli né allo sbarco su Tobruk ma giunsi in tempo per il massacro di Sciara Sciat». Continuavano a ripetergli tutti quel nome. Quel nome. Ancora una volta. Non sarebbe mai riuscito a scacciarlo dalla mente. Sciara Sciat. Quasi 400 morti orrendamente mutilati. Chi, come lui, sbarcato a Tripoli, non inorridiva al solo ricordo? È stato un massacro. Non voleva pensarci. Eppure c’era sempre qualcuno che glielo ripete. Sciara Sciat. Mondo Rampon e Tobia Shati sono arrivati dopo, a Tripoli, entrambi col battaglione Tolmezzo. Non parlano mai dell’Africa tra loro. Gjelmo, partito da Catania, già nell’ottobre del 1911 è lì; rientra nel gennaio del 1913 sbarcando a Messina. Tornato al paese, subito, nel giugno dello stesso anno, sposa Maria e ora ha due figli: Attilio e Guglielmo. Si chiede che destino li attende. Fa caldo in quel luglio del 1916 e ancora di più in quei vagoni merci stipati di uomini come lui che vanno verso il Carso, verso Gorizia. Sui vagoni c’è scritto “quadrupedi otto, uomini quaranta”. È intruppato con la brigata Treviso; quella che tra l’agosto e il settembre del 1915 sulla piana di Vezzena in Valsugana ha lasciato sui reticolati più di un migliaio di fanti. La chiesetta di Santa Zita è lì a vegliare su tutti quei morti.

Dal deserto di sabbia, al deserto di sassi del Carso. Ha paura. In trincea hanno dato un nome strano alle bombe a mano nemiche, “ballerine” le chiamano. Ma tu pensa, morire per colpa di una “ballerina”. Così come i proiettili esplosivi dum-dum. Nomi ridicoli per armi micidiali; un modo per esorcizzare la paura? Accanto a lui il commilitone trema. Si è coperto di macchie, ha la febbre. Guglielmo sa cosa può essere. Il male spagnolo lo chiamano. Ne sta falcidiando parecchi attorno a lui, ma il regolamento è chiaro: «per le malattie sessuali di ogni ordine e grado non ci si allontana dalla prima linea». Tanto. Morto per morto. La sifilide farà un migliaio di vittime per ogni anno di guerra. Sulla tradotta si vocifera anche delle condanne a morte per impiccagione di Chiesa, Battisti e Filzi. Pensa ai figli e si augura che non debbano mai provare la guerra. La puzza e il fango della trincea, i pidocchi, l’odore dei cadaveri, le esalazioni del gas. Vede la città: il salotto buono della borghesia mitteleuropea è ridotta a un cumulo di macerie, gli incendi la devastano. La presa della maledetta Gorizia il 9 agosto è costata 20mila morti. E la VIa battaglia dell’Isonzo. Lui c’è stato. Non potrà mai raccontarla ad alcuno. Il Cleuliano, quell’anno 1916, sule pietraie del Carso, per la prima volta ha visto in azione le bombarde, in pratica un mortaio da trincea dal tiro curvo utile ad evitare il filo spinato. Non può certo sapere quanto quest’arma avrà successo, e che un compaesano, Noè Puntel Teusce sarà uno dei tanti mandato alla scuola bombardieri di Susegana. A Gjelmo interessa solo una cosa, avere notizie dal paese. In ottobre il Zenoni sa che nella sua brigata, a Vertoiba, si trova anche il compaesano Nando Primus Crovat e lo cerca inutilmente senza riuscire a intercettarlo. Il compaesano è stato promosso sergente e Guglielmo spera di poter tramite lui (che tra luglio e agosto è stato in licenza un mese) avere notizie dirette dei cari. Non vi riuscirà mai. Morirà prima, senza mai conoscere l’ultimo figlio Guglielmo che nascerà nel dicembre del 1916 e che morirà nell’ospedale da campo di Gemona per cause di guerra nel febbraio del 1944.

Stralcio dal diario di un ragazzo del ’99. La descrizione esatta dell’offensiva austro-ungarica scoppiata alle 3 di notte del 15 giugno 1918. Ha inizio la “Battaglia del Solstizio”.

Leopoldo Puntel Toniz (3.8.1899 – 19.1.1983)  72° Rg. di Fanteria Brigata “Puglie”, poi “Tevere”

«Intanto il nemico bombardava a più non posso, cominciavano a cadere le granate a pochi passi, tutto per aria, tende, ridotte e scuro da non veder a un palmo dal naso, una puzza di polvere, un fumo da soffocarsi. Ritornai in fureria, trovai il fucile e le giberne a tentoni e il berretto. Io ero per disgrazia anche senza elmetto. Intanto arriva l’alba, si comincia a vedere un po’ tra il fumo e il fuoco delle granate. È ordinato di andare a occupare il posto in trincea. Eravamo proprio sulla sommità del Montello e si dominava tutto il versante verso l’avversario». [dal Diario autografo di Leopoldo Puntel Toniz, tuttora inedito]

La brigata “Tevere” in questa battaglia perderà 42 ufficiali e oltre duemila soldati. Leopoldo fu preso prigioniero e condotto attraverso il Canal del Ferro verso l’Austria, riuscendo però a fuggire insieme ad altri da Stazione Carnia.

I “chiamati dell’ultimo bando” (come li definirà D’Annunzio) di Cleulis, a partire dal 15 novembre 1917, furono: Primo Puntel Rampon, Antonio Puntel Pii, Giusto Simone Primus Crovat, Leopoldo Puntel Toniz, Riccardo Puntel Repil, Pio Antonio Puntel Duz.

Un ringraziamento speciale a Ivan Puntel Zenoni per gli indispensabili dati fornitomi sulla vita militare dei nostri compaesani (desunti da puntigliosa e accurata ricerca presso l’ASU dei matricolari).

 

 

 

 

 

 

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