Il primo gennaio chi abbia la fortuna di giungere per queste contrade può ancora, tra le viuzze innevate e rischiarate dalla luce dei lampioni,  ascoltare l’eco di un canto che si diffonde nell’atmosfera invernale e festosa del nuovo anno. La melodia si spande nel paese. Una consuetudine che anche gli antichi muri e il selciato hanno imparato a conoscere. Le parole sono sempre le stesse da tempo immemorabile e sono entrate a far parte del dna di tutti i Cleuliani che almeno una volta nella vita le hanno cantate. Parole sempre uguali che narrano di un Bambino nato duemila anni fa e dei Magi venuti dal lontano Oriente per adorarLo.

E’ una antica tradizione che, anche se ha subito alcuni rimaneggiamenti durante il susseguirsi delle generazioni, persiste e non dà cenni di crisi. In un mondo sempre più votato al consumismo, alla fretta, alla scomparsa di usi e costumi millenari, è bello vedere ancora dei ragazzi che l’ultimo dell’anno si riuniscono per fare le ultime prove, affiggere i loro manifesti, per organizzare un primo dell’anno all’insegna dello stare insieme e dell’allegria.

Degli illustri studiosi hanno letto in chiave socio-antropologica questa usanza un tempo viva in tutti i paesi della Carnia (presente ancora in molti di essi anche se in modo più dimesso) e hanno dato spiegazioni, cercato radici a questo irrompere nelle case dei “vecchi” da parte delle nuove generazioni. Ma al di là di tutte le spiegazioni razionali di questo mondo, più forte è l’emozione di sentire quel canto, quelle voci e quella ventata di spensieratezza che ancora entra nelle nostre case. Un’emozione che è forse più forte nelle vecchie generazioni, in quelle che ci sono già passate e guardano con un po’ di invidia questa festosa gioventù che se ne va, scomparendo nella notte e scalpicciando nella neve…

Note di chiarimento: Per coloro che non lo sapessero il gruppo dei coscritti è formato da tutti i ragazzi del paese che compiranno i 19 anni nell’anno nuovo. Questi, il primo giorno dell’anno, si recano di casa in casa a cantare una canzone narrante l’adorazione dei Magi alla nascita di Gesù. Essi si ritrovano nell’ultima notte dell’anno per gli ultimi preparativi della lunga giornata che li attende. Fanno le prove finali di canto e a mezzanotte (non prima per rispetto alla classe dell’anno precedente) attaccano i loro manifesti, grondanti certo retorica ma anche orgoglio, euforia, con i retorici motti di esaltazione del loro anno di nascita.

Il primo gennaio è una giornata molto intensa che inizia con la santa Messa, prosegue poi nel pomeriggio con il canto dei Vesperi solenni in latino. Solo dopo questi ha inizio il lungo giro per le strade del paese, che vedrà i giovani coscritti portare le loro voci in tutte le case, dove li attendono con ansia e curiosità, pronti a dare giudizi bonari sulla simpatia del gruppo o sulla bravura nel canto.

Ogni famiglia visitata fa un’offerta che permetterà poi alla classe di pagarsi la cena nell’albergo del paese a fine serata. La raccolta dei soldi è affidata alla ragazza ‘più giovane’ del gruppo (chê da tosijna) mentre al maschio ‘più anziano’ è affidata la bandiera da portare durante la santa Messa e i Vesperi.

Rammentiamo che, fino a qualche decennio fa, la festa era prerogativa tipicamente maschile essendo considerato disdicevole per una ragazza partecipare a simili manifestazioni. Oggi non è più così, anche per il vistoso calo demografico, che ha fatto sì che, alcuni anni fa, i tre solisti fossero (per la prima volta nella storia) tutte donne.

Merita un cenno il modo in cui questa canzone viene cantata, un modo che si discosta da tutti gli altri paesi in cui questa tradizione persiste. Innanzitutto l’aria dei cantori è molto più veloce e allegra, in secondo luogo la canzone viene spezzata in strofe di pertinenza dei tre solisti a cui risponde il coro di tutti gli altri che rimangono nel corridoio o comunque fuori dalla porta. Nelle case dei coscritti la canzone viene ripetuta due volte e ci si ferma a far baldoria più a lungo che nelle altre. La giornata si conclude in tarda serata col canto nell’albergo del paese a cui partecipa gran parte della popolazione. Nello stesso si tiene la cena che conclude l’intensa giornata.

I cambiamenti avvenuti nel corso dei decenni.

Oltre alla partecipazione delle donne cui già accennato sopra, iniziata a metà degli anni Settanta, mutamenti di più vasta portata hanno interessato questa tradizione. Innanzitutto il termine con cui i ragazzi vengono chiamati. Come avrete già notato, nel titolo sono stati usati due termini: sopêrs e coscritti. Sono due vocaboli che ci siamo permessi di usare come sinonimi impropriamente in quanto designano due categorie che in principio non erano apparentate se non lontanamente. Le abbiamo accostate per semplificare, datosi che il termine più antico sopêrs è ormai caduto in disuso.

In origine col termine coscritti si designavano solamente i giovani di leva. Essi partivano per la visita di leva a gruppi (tempo fa il problema demografico non esisteva), accompagnati dalla canzone “Poveri coscritti” e il ritorno coincideva con il loro scatenarsi all’ingresso del paese. Qui entravano in scena la fisarmonica, i canti e scriuls dei giovani tra lo sventolio della bandiera nazionale. Lo stesso gruppo prendeva poi il nome di sopêrs solamente l’ultimo dell’anno quando a essi era demandato il compito di cantare in tutte le famiglie. Sopêrs erano poi anche quelli del primo giorno dell’anno che ripetevano lo stesso giro già percorso il giorno prima, solo che questo gruppo era formato dai giovani in congedo: ‘i vecchi’. Solo a questi ultimi era permesso di raccogliere i sops (le gratificazioni in denaro o natura) nelle case e quindi di affidare a uno di loro la responsabilità da tosijna.

Scarica il testo della: La canzone dei Tre Re

 

 

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