lago di cleulis Udine

La Storia di Cleulis

La Storia di Cleulis

È il lontano 1331 quando per la prima volta in un documento notarile compare il toponimo Cleulis (dal latino clivus, colle).

La storia del piccolo borgo è funestata da grandi tragedie naturali e belliche. Nel febbraio del 1836 una valanga si portò via 11 Cleuliani, lasciando senza tetto ben 52 famiglie [1]; nel 1874 un violento incendio distrusse quasi interamente l’abitato. Agli inizi del ‘900, Cleulis – come fu in tutto il Friuli – vide decimata la sua popolazione dalla partenza in massa delle famiglie verso il nuovo mondo. Un fenomeno quello dell’emigrazione che, a cavallo fra gli anni ’20 e ’30, da stagionale divenne stanziale, verso i paesi di oltre oceano (in Brasile ad oggi si contano ben 2000 discendenti).  Durante il primo conflitto mondiale la prossimità al fronte del paese costrinse i Cleuliani a evacuare, mentre del secondo conflitto mondiale è ancora vivo il dolore per il massacro di malga Promosio del luglio 1944, di cui rimane a memoria e a pacificazione il Crocifisso posto nel 1947 nei pressi del ponte che conduce all’abitato.

Privo di quell’architettura caratteristica carnica che contraddistingue gli edifici dei paesi circostanti, Cleulis deve tutto il suo fascino agli scorci paesaggistici: l’abbraccio al paese del Bosco Bandito che lo sovrasta; l’ansa azzurrognola del fiume Bût che gli bagna i piedi e, in faccia, la ferita aperta del torrente Moscardo (magistralmente cantata dal Carducci nel componimento “In Carnia”). Il chioccolio dell’antico lavatoio, il frusciare delle fronde del grande tiglio nella piazzetta di Placcis, il ricordo delle note della fisarmonica di Amato Matiz “Pakai”, tutto ciò contribuisce a creare un’atmosfera di pace e serenità che ritemprano l’anima e lo spirito. Su tutto ciò vegliano la Madonna e i Santi Osvaldo, Emidio e Simeone, che dalla tela dell’altar maggiore osservano lo scorrere delle stagioni, proteggendo e custodendo i cinque borghi (Cleulis, Laipacco, Placcis, Aip e Gleria) del paese dalla peste, dalle frane (su cui sorge) e dai terremoti.

A Cleulis la prima chiesetta dedicata a san Osvaldo è iniziata nell’estate del 1600. Nel 1740 un incendio la devastò e con grande fatica gli abitanti la resero di nuovo funzionale. Nel 1795 giunse un cappellano stabile con il compito pure di insegnare in una piccola scuola che raccoglieva soprattutto i maschietti della piccola frazione. Allora Cleulis contava meno di 200 abitanti. Un piccolo campanile doveva esserci già nel 1806, quando Giacomo Mussinano, commerciante di Paluzza in Baviera fece arrivare le prime 2 campanelle; tuttavia l’attuale campanile (oggi un po’ modificato nella cuspide) fu costruito, assieme alla sacrestia nel 1846 dal cappellano di allora don Gonano da Pesariis. Nel 1887, quando Cleulis contava ormai quasi 600 abitanti, il sacrestano di allora Paolo Bellina (1849-1909) si adoperò per il suo ampliamento allo stato attuale.

Il culto del santo patrono Osvaldo, mantiene ancora intatto l’antico vigore e ogni anno nel giorno della sua festa (5 agosto) il paese si riempie di allegria e colori. Una solennità il cui piatto simbolo è rappresentato dai cjalsons, succulenti ravioli ripieni ricoperti di burro fuso e ricotta affumicata. E quasi immutate sono state poi mantenute alcune caratteristiche manifestazioni nel corso dell’anno: il lancio delle rotelle infuocate (cidulinas) nel giorno di San Giuseppe (19 marzo) e il canto dei coscritti a Capodanno.

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