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Luoghi della memoria

Luoghi della memoria

Riu di Valacots. I Valacots, un tempo prativi, confinano a nord con gli Scencais e la Tana dal Ors, a sud   cul Cjanâl, verso Paluzza cul Riu di Lavacots. Un tempo regno incontrastato della famiglia di Pietro Puntel Tuk, che qui sfalciava e portava al pascolo le pecore. Nei tempi andati quel sentiero che si stacca da quello che porta in Val Castellana per raggiungere la cascata dei Lavacots era ben battuto e di qui venivano fatte passare le bestie per portarle a pascolare oltre il ruscello. Il passaggio era oltremodo pericoloso e quando le pecore, impaurite dall’acqua che si getta a gran velocità nello strapiombo si rifiutavano di oltrepassarlo, chi pascolava gli animali, era costretto a gettarne una al di là dell’acqua, di modo che le altre seguissero la compagna. Putroppo non tutto filava sempre liscio e la tradizione orale vuole che in questo punto perdesse la vita una figlia o una nipote di Pietro Tuk (1798 – 1875) proprio nel tentativo di portare oltre l’acqua gli animali. Una pecora l’avrebbe urtata e la ragazzina sarebbe scivolata nelle impetuose e fredde acque, trovandovi la morte. Dalle ricerche effettuate possiamo ipotizzare che la famiglia tacque alle autorità la vera natura del tragico incidente, non essendovi alcuna traccia nei registri anagrafici di un episodio che certamente altrimenti comparirebbe. L’unica ragazzina imparentata con Pietro che potrebbe essere collegata all’incidente è Maria Puntel (1882 – 1889) figlia di Margherita, di cui verrà denunciata la morte in casa in Aip all’una di notte del 30 aprile.

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Crisures. Nell’immagine del documento riportata potete osservare la pagina di un testamento in cui compare il toponimo CRISURES, totalmente scomparso dalla memoria collettiva del nostro paese. Il testamento è datato 6 maggio 1779 e tratta della divisione avvenuta tra “i fratelli Micolini”: Nicolò, Antonio, Giobatta e Zuanne figli di Osualdo. Da un riscontro con i successivi mappali napoleonici sembra di poter affermare che il terreno indicato (mapp. 153 “prato con due case a uso stalla” a nome di Giambattista Micolini) possa identificarsi in un appezzamento nell’attuale Plan dal Stali. A questo punto sorge il dilemma: sarà nato prima il toponimo oppure il soprannome di famiglia? Ricordiamo infatti che una parte della casata Micolino ha proprio in Cresuràs uno dei suoi soprannomi. Da osservare poi nella foto la maina di Micul ad attestare la presenza di questa famiglia in questo luogo da secula seculorum.

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Plaça da Baraçada. «Una volta la plaça da Baraçada era un cantiere di lavoro permanente. C’erano cataste di legna e cataste di tronchi di tutte le grossezze e lunghezze, c’erano fasci di fieno e tantas louzas». (don Carlo Primus). La radura, posta alla fine del Cronouf bel sentiero acciottolato delimitato da muretti a secco, era luogo di arrivo di tutto il legname che passava per la cavaleta dal troi di sant Antoni posta sul cammino che conduce in Cuel Alt. Ora lo spiazzo è in sostanza quasi completamente invaso da sterpaglie e rovi. La Baraçada era anche luogo di pascolo per le capre. Ora, a vegliare nel silenzio da un vicino faggio, rimane solo un crocifisso. Baraçada è un fitotoponimo derivato da una parola di origine gallica. BARROS= cespuglio, da cui si sono originati i termini friulani BÂR= zolla di terra o cespuglio e BARAÇ= pianta selvatica spinosa, rovo.

27 novembre 2011

Braidas dal Lât o glerie di Aip. Geotoponimo derivato dalla presenza di un lago di origine glaciale. La sua presenza – attestata a partire da un documento del 1342 – è ben documentata fino quasi alla metà dell’Ottocento, quando ancora sono presenti le richieste degli abitanti per esercitare il diritto alla pesca. Interessante è che il termine “braide” – ben attestato in tutta l’alta Italia – è di derivazione longobarda, da “BRĪD”, a sua volta parente del tedesco “breit”e dell’inglese “broad” (entrambi col significato di “largo”), ad indicare una «campagna aperta e pianeggiante».

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Cercenât. Il toponimo ha la sua massima diffusione in Carnia. Di chiara derivazione latina (verbo CIRCINO, ARE «arrotondare, percorrere in cerchio») il verbo in friulano cercenâ significa «tagliare circolarmente la corteccia degli alberi per farli disseccare in piedi». Così seccate, le piante venivano bruciate per ottenere spazio libero da adibire al pascolo. Questo modus operandi era messo in pratica in zone particolarmente disagiate per il trasporto del legname. Il Pirona riporta il sostantivo CERCENÂT con questa definizione «zona dove il bosco è stato trasformato in pascolo mediante disseccamento degli alberi». Nel nostro paese i Cercenâts si trovano al di là “dal Prât da Staipa”, sotto “i Claps” e “il Lariseit”, a quota 1100 e 1200 metri. Ricordiamo come a Cleulis originariamente tutta la zona dei Cercenâts fosse di proprietà delle diverse famiglie dei Maieron (Lunc, Dandul, Bacò, etc).

CERCENAT LUCS DA MEMORIA VINCOLATA

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Codas. Termine derivato dal latino “CAUDA” col significato allusivo di «striscia coltivata lunga e stretta» [Desinan]. Termine toponomastico molto comune in Friuli, sia in pianura che in montagna. Solitamente indica terreni disagevoli e di scarsa importanza. Il Pirona indica anche la variante CODARÛL.

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Credòs. Parola di origine pre-romana chiaramente derivante dalla parola CRET, il Pirona riporta il sostantivo con questa definizione «roccia, rupe, dirupo, cresta o cima di un monte». I Credòs si trovano, a una quota di circa 850 metri, tra il Roncat e la Mieze Selve, un tempo segativo ora bosco. Nell’immagine si vede la casa oramai diroccata di Tita Pul, al secolo Primus Giobatta (1888 – 1963), a cui fu concessa la vendita dell’appezzamento nei Credòs con deliberazione podestarile del 26 marzo 1932 a £. 680 per mq 340, per costruirvi appunto la sua casa, ove andrà a vivere con la moglie e la figlia adottiva.

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Cuesta Claudina, Cleulina o Clevolina. Dalla parola latina COSTA,AE col significato di «fianco, costola». Toponimo alquanto diffuso in tutto il Friuli. Molti sono i nomi di luogo che contengono questa parola nel nostro paese, tra gli altri ricordiamo: la cuesta dai Cjadins, la cuesta di Bacò, las cuestas, il cueston e i cuestorts. La cuesta cleulina è quasi in faccia a Timau e alla sua base, al di là del rio, trova la cappella dedicata a sant’Osvaldo.

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Cuesta cleulina

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Cjeranda. Con questo toponimo a Cleulis si indica la zona coltivata posta sotto l’attuale parcheggio. In friulano vari dizionari danno a questo termine il significato originario di «siepe piantata, pendio cespuglioso, roveto», ma il vocabolo – molto diffuso nella nostra regione – giunge a indicare diverse cose, infatti ad esso vengono associati: boschi, stavoli, alture, corsi d’acqua e campi. Non indica quindi un’altimetria precisa e di solito i terreni sono di scarso valore. Gli studiosi collocano la genesi di questo termine in epoca remota, verosimilmente la sua origine è preromana.

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Farie. In realtà non abbiamo trovato nessuno che ci abbia saputo ragionevolmente spiegare l’origine di questo nome, si può solamente supporre che tale appezzamento appartenesse a qualcuno che esercitava il mestiere di fabbro e che dunque su quel terreno ci fosse una farie. Da una testimonianza comunque ci risulta che tale zona fosse tutta a gradoni e solo in un secondo tempo sarebbe stata erosa e lavorata dall’acqua e dallo spostamento di terreno che essa dovette provocare. Un tempo questo luogo era coltivato a granturco.

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Frinz. Frinz deriva da “fronda”. La frint è il ramo di piante come il tiglio, il frassino o l’acero, le cui fronde venivano tagliate in autunno, essiccate e date in pasto alle capre. La pianta (del tipo di quelle sopra indicate) veniva sfrondata ogni due anni. Quindi con questo toponimo possiamo intendere un luogo ove vi fossero alberi da sfrondare. Da frint si desume derivi la parola “frindei”, le foglie secche raccolte e adoperate nelle stalle come letto per le mucche. “Frinz” è localizzato nella parte alta della borgata di Cleulis, dietro le case dei cugini Gjent e Gjildo.

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Lavareit. «La malga dà pascolo (1911) a 60 vacche da latte, 20 giovenche, 10 vitelli, 77 capre, 15 pecore, 10 maiali, ma all’epoca della prima visita (1906) il carico era molto inferiore, ciò in causa del cattivo stato dell’alpe, che aveva non solo i pascoli, ma anche i fabbricati in pessime condizioni. La casera e le logge furono ricostruite nel 1908 dal Comune di Paluzza». [tratto da “Lassù sui monti. I pascoli alpini della Carnia e del Canal del Ferro” di Depollo, Gualandra, Marchettano, Bollettino della Società Agraria Friulana, Udine, 1911]

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Masaradas (1.630 m.). Il termine friulano maserie  «mucchio di sassi levati dai campi e accumulati sopra un fondo incolto o sui bivi delle strade di campagna [Pirona]» deriva dal latino MACERIA: «pietraia; muro a secco»; così come il termine friulano MASARÊT «località sparsa di macerie, materiale di frana, pietraia». Come si può ben notare dall’immagine, la malga è oramai abbandonata da tempo, ma ci piace qui riportare una sua descrizione risalente ai primi anni del secolo appena concluso: «[In] Masaradis con Paulâr di Sotto e Plan dai Âi [… ] complessivamente vi monticano 180 bovini e 60 capre, queste permesse solo nel comparto superiore. Dopo il 7 settembre, rimangono in germaria su questa malga sino alla fine di settembre una quindicina di capi bovini». [tratto da “Lassù sui monti. op citata].

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Il Pecol. Il termine indica solitamente un colle o comunque un’altura a schiena d’asino percorsa da un sentiero. L’etimo sembra rimandare, secondo vari studiosi, al latino PEDICULLUS che però, significando letteralmente PICCIOLO, pone delle evidenti difficoltà dal punto di vista semantico. A superare l’impasse il Frau propose che il termine in friulano in realtà fosse una contrazione del termine in PECULUS (diminutivo di PEDIS > PIEDE) e dunque più che indicare una località PECOL indicasse semmai il sentiero che la percorre. Altri studiosi hanno dato al significato a PECOL di «posto per il piede» o «sentiero fatto di tante orme». Ai più giovani rammentiamo che il percorso dell’attuale PECOL sbucava su quella che oggi è la strada statale 52bis nei pressi di Pakai. esso infatti oltrepassando la ruvîs, sbucava ben lungi dall’attuale cuel dal puint.

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Maina insom il Pecol. La cappelletta che fa bella mostra di sé in cima al Pecol, è stata voluta da don Celso Morassi nel 1965 e costruita dai fratelli Noè e Pietro Bellina Cunero. Lo schizzo e la croce in legno foderata di ottone fu fatta da Leopoldo Puntel Toniz. Prima della cappella vi era un crocifisso che, all’epoca, si trovava sul fondo dei Vochs. Ricordiamo che i Vochs possedevano un enorme terreno che partiva di qui per proseguire lungo Cjamplunc (come testimonia anche il catasto austro-ungarico). L’appezzamento dove si trova il manufatto era stato regalato alla madre dei Bellina dalla figlia di Antonina Puntel Voch, Maria, trasferitasi in Francia. Prima della cappelletta vi era un crocifisso che fu messo davanti alla casa dei Bellina ta Gleria. Gli scritti ci narrano che Mondo dal Voch (1897 – Philadelfia 1964), partendo per la guerra del ’15-’18, affermò che se fosse tornato vivo avrebbe appeso il vecchio crocifisso in legno nella sua cucina (la sua casa era dove ora si trova l’albergo Al Cacciatore), promessa evidentemente disattesa.

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Val Cjastelana. Una fotografia d’altri tempi del luogo: «Appartiene ad un Consorzio di proprietari, uno dei quali la conduce in affitto. È formata da due comparti: basso e alto, coi fabbricati rispettivamente a m. 1100 e 1377. Il carico riscontrato sull’alpe fu di 70 vacche da latte; 20 vacche asciutte e giovenche, 10 vitelle, 124 capre. Il pascolo dura dall’8-10 giugno al 7 settembre; gli animali soggiornano il maggior tempo sul comparto alto». [tratto da “Lassù sui monti. I pascoli alpini della Carnia e del Canal del Ferro” op. cit.]

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 Il Roncat. Il termine Ronc compare molto spesso nella toponomastica friulana e di solito si associa a terreni di media altezza che non superano i 1000 metri e che non si discostano molto dall’abitato. A Cleulis abbiamo diversi appezzamenti che prendevano questo nome, qui nella foto, il terreno è quello posto subito sotto al Cjivilugn. Il toponimo indica molto spesso una radura o un tratto disboscato, usato sia come pascolo per il bestiame, che come luogo adibito a frutteto o coltivo. Da sottolineare che tale termine nei documenti medievali aveva un vero e proprio significato giuridico (jus ad roncandun). Ricordiamo tra i moltissimi termini friulani collegati a questo: roncjadize, roncjâ e roncjade.

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